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Il violinista sul tetto (“Fiddler on The Roof” in lingua inglese) è stato un enorme successo teatrale: il primo spettacolo a superare le 3000 rappresentazioni a Broadway (vincendo nove Tony Awards; almeno 5 le successive produzioni ufficiali negli Stati Uniti, oltre a quelle in Gran Bretagna ed Australia) e cinematografico (il film del 1971 vinse 3 premi Oscar e 2 Golden Globes), ma ancora oggi, a distanza di quasi 50 anni, resta in termini assoluti uno dei musical più amati, attirando l’attenzione del pubblico di tutto il mondo sul “cerchi magico” formato dagli abitanti ebrei di Anatevka, piccolo villaggio della Russia zarista.

Lo spettacolo coinvolge temi così universali da poter (dover) appassionare noi tutti, a prescindere dalla nostra età, dalla nostra origine etnica o dalla nostra formazione culturale.

Tuttavia, anche se stiamo parlando di uno spettacolo che, solo nell’anno 2013 e solo nella vicina Germania, risulta proposto in almeno otto differenti produzioni di primo rilievo e che, negli Stati Uniti, è ancora e stabilmente tra i dieci titoli più rappresentati dalle scuole di ogni ordine e grado, l’opera risulterebbe quasi sconosciuta in Italia (ovviamente, al di fuori delle comunità ebraiche) se non fosse stato presentato dieci anni fa da Moni Ovadia in una tournée nazionale di grande successo.

Le ragioni di tale carenza possono essere diverse (costi di produzione? Specificità culturale della famiglia ebraica italiana?), eppure non si può non notare come il Violinista sul Tetto, oltre ad esplorare i problemi di una minoranza ebraica oppressa, presenti allo spettatore l’importanza di valori quali la fede, le tradizioni, la comunità, la famiglia ed, in definitiva, dell’amore.

Quindi, anche se le storia di Tevye il lattaio e della sua famiglia si riferisce in senso stretto alle vite degli Ebrei nella Russia zarista, nel suo nucleo fondamentale lo spettacolo coinvolge temi così universali da poter (dover) appassionare noi tutti, a prescindere dalla nostra età. dalla nostra origine etnica o dalla nostra formazione culturale.

Ci siamo ripromessi di presentare questo spettacolo nel modo più universale ed accessibile, con una traduzione delle canzoni in lingua italiana che costituisce una novità assoluta.

Del resto, anche ad una prima lettura, non abbiamo potuto pensare che anche la nostra piccola comunità di compagnia teatrale amatoriale, in fondo, era così simile, nei suoi equilibri e nelle sue consuetudini, a quella di Anatevka…. una storia che sentiamo anche e fortemente nostra. Del resto, al momento della prima rappresentazione in Giappone, gli autori erano particolarmente nervosi perché temevano che il pubblico non avrebbe saputo apprezzare le caratteristiche fortemente ebraiche (meglio, yiddish) dell’opera. Al termine dello spettacolo, il produttore giapponese li raggiunse e domandò loro: “Non capisco come questo lavoro possa andare così bene a New York. È così giapponese!”.

È per questi motivi, volendo quindi anche colmare ancora (per quanto a noi possibile) questa singolare mancanza, che ci siamo ripromessi di presentare questo spettacolo, presentandolo nel modo più universale(popolare? Non ci dispiacerebbe) ed accessibile, e quindi con una traduzione in lingua italiana anche dei testi delle canzoni, ciò che costituisce una novità assoluta.

Ricercare un nostro modo di poter rappresentare una storia così specifica, ma così universale. Rappresentare con sufficiente dettaglio, ma senza alcuna pretesa didascalica, i costumi di un’epoca e di un luogo così distante da noi. Cercare di rendere, con studio ed anche grazie ai consigli di alcuni amici, l’apparato rituale/tradizionale di Anatevka (ovviamente, eventuali imprecisioni od errori resteranno esclusivamente nostri…). La caccia agli oggetti di scena in tutta l’Italia (ma anche all’estero). Coinvolgere un gruppo di amici coristi nelle parti vocali per noi più complesse.

A Voi in definitiva presentiamo i nostri sforzi imperfetti, con il sereno animo di chi, in ogni caso, non ha avuto timore di mettersi in gioco, fino in fondo.

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